Festival Internazionale da Bach a Bartok

XVII edizione - maggio dicembre 2005

7 luglio 2005
Bologna Cortile dell’Archiginnasio

Giuseppe Albanese, pianoforte

“La musica della notte nel pianoforte

 

Robert Schumann (1810-1856): Nachtstücke Op. 23 (Fantasia cadaverica: 1. Corteo funebre;
2. Strana compagnia; 3. Banchetto notturno; 4. Passeggiata con voci soliste)

Franz Liszt (1811-1886): Feux follet (da Studi trascendentali, n° 5)

Luis Berlioz (1803 – 1869)- Franz Liszt (1811 - 1886): Danza delle Silfidi (da La dannazione di Faust)

Mendelssohn-Rachmaninov: Scherzo (da Sogno di una notte di mezz’estate)

Aleksandr Skrjabin (1871/1872 – 1915): Poème-Nocturne Op. 61

Achille-Claude Debussy (1862 – 1918): 3 Preludi
- La sérénade interrompue
- La terrasse des audience du clair de lune
- Feux d’artifice

Béla Bartók (1881-1945): La musica della notte (da All’aria aperta Sz 81)

Maurice Ravel (1875 – 1937): Alborada del gracioso (da Miroirs)

 

Come ogni forma d’espressione artistica, la musica può nascere da molteplici fonti di ispirazione. Una di queste, ritenuta particolarmente feconda, è la notte. Gli artisti, soprattutto durante il romanticismo e il decadentismo, le hanno sempre attribuito un valore altamente simbolico, poiché essa rappresenta metaforicamente il contraltare di quelle idee “chiare e distinte” che hanno informato di sé il razionalismo del ‘600 e il pensiero filosofico del secolo “dei lumi”. Ecco, quindi, che nell’800 e nel primo ‘900, al chiarore del pensiero logico e razionale si oppone l’oscurità delle fantasie istintive ed emotive. Il programma è diviso in due parti, dedicate l’una al romanticismo, l’altra al decadentismo, intendendo con questo termine tanto l’impressionismo e il simbolismo di Debussy e Ravel quanto il misticismo di Skrjabin e il visionario naturalismo di Bartók.
Aprono il concerto i Racconti Notturni di Schumann, dall’inconfondibile impronta “gotica”: la notte si popola di scheletri marcianti, di spettri inquietanti e lamentosi riuniti a banchetto, di forti emozioni che si confondono e si alternano in modo repentino e disordinato, fino a sciogliersi nella serena rassegnazione della morte. Seguono tre brani che, seppur completamente autonomi e di autori diversi, sembrano comporre un vero e proprio trittico, una sorta di “Sonatina Notturna”, poiché dedicati al tema unificante del fiabesco e delle creature fantastiche che danzano nella notte. E’ così che Liszt evoca nel suo brano suggestivi fuochi fatui che danno vita a un ballo pittoresco dove scintille e fiammelle sembrano animarsi per magia. Segue un valzer di Silfidi, una composizione incantevole, ipnotica e cullante creata da Liszt trascrivendo per pianoforte una danza di Berlioz. Chiude questa suite immaginaria lo Scherzo (trascritto per pianoforte da Rachmaninov) tratto dalle musiche di Mendelssohn per il “Sogno di una notte di mezz’estate” di Shakespeare, in cui a volteggiare e piroettare nel buio questa volta sono elfi.
Avvicinandosi al Novecento, la notte del Poema-Notturno di Skrjabin è una specie di incubo in cui diversi frammenti musicali si comportano come elementi chimici nelle mani di un alchimista, dapprima enunciati distintamente e poi mescolati, ripetuti ossessivamente, intrecciati e infine diradati, creando un’atmosfera magnetica. Vengono in seguito proposti tre preludi di Debussy, in cui il pianoforte si presta a evocare paesi distanti e differenti tra loro, dapprima imitando una chitarra dai toni spagnoleggianti, poi rieccheggiando i suoni del sitar indiano e infine riportandoci in Europa, in Francia, dove luminosi fuochi d’artificio paiono festeggiare un’importante ricorrenza nazionale. Tuttavia, è con il brano di Bartòk che la notte, utilizzata sin qui come sfondo, diventa la protagonista assoluta: non vi sono più creature fantastiche, ma solo il regno animale e quello vegetale e la notte, coi suoi rumori e i suoi silenzi. Le oscurità di questo lungo percorso sono infine spazzate via da un’alborada di Ravel, una sorta di serenata cantata al sorgere del sole, in cui nuovamente il pianoforte simula il suono della chitarra, delle nacchere e di tutti quegli stilemi tipici della musica popolare spagnola.

GIUSEPPE ALBANESE

Giuseppe Albanese (Reggio Calabria 1979) ha studiato filosofia a Messina, laureandosi con una testi sull’estetica delle Années de pèlerinage di Liszt, e pianoforte prima a Pesaro e poi a Imola (diplomandosi “master” nel 2003). Vincitore di numerosi premi e già attivo presso diversi teatri, enti, associazioni, festival e con orchestre di rilievo, ha inciso musiche di Skrjabin, Szymanowski, MacDowell e Bartók, guadagnandosi la menzione delle “5 stelle” da parte della rivista “Amadeus”.