Festival Internazionale da Bach a Bartok

XVI edizione - maggio dicembre 2004

Imola- sabato 22 maggio

Orchestra di Padova e del Veneto

Ore 21.15 Teatro Comunale "Ebe Stignani"
direttore Anton Nanut
Giuseppe Albanese - pianoforte
Andrea Bacchetti - pianoforte
Roberto Giordano - pianoforte

L. van Beethoven ( 1770 - 1827 )

Concerto n. 1 opera 15 in do maggiore pianista Giuseppe Albanese

Concerto n. 2 opera 19 in si bemolle maggiore pianista Andrea Bacchetti

Concerto n. 3 opera 37 in do minore pianista Roberto Giordano

introduzione di Piero Mioli

TRE PIÙ DUE

Cinque sono i concerti per pianoforte e orchestra di Ludwig van Beethoven (1770 – 1827), che con l’aggiunta del concerto per violino e del triplo concerto (per pianoforte, violino e violoncello) compongono il catalogo concertistico dell’autore. Davvero non è poco: a parte il caso più unico che raro di Schubert, pianista non interessato alla forma del concerto, pianisti superiori come Liszt e Chopin, musicisti della levatura di Mendelssohn, Brahms e Šostakovic si fermarono a due, quasi lasciando i numeroni d’un tempo a Cramer, a Moscheles, a Hummel (autori, tutti, di otto lavori, e pure sempre inferiori a Mozart che aveva superato la ventina). Così nella quantità; ma nel senso della qualità il contributo di Beethoven al genere è molto, moltissimo, similare a quello dato alla sinfonia e alla sonata, con i due vertici insuperabili del Quarto e del Quinto (basta chiamarli così, e l’esecutore e l’appassionato di musica classica capiscono subito).

Eppure, Beethoven fece tanto in poco più di una decina d’anni, lui che non era destinato a vivere troppo a lungo e comunque all’epoca delle ultime tre sinfonie, del Fidelio, degli estremi frutti sonatistici e quartettistici al genere in questione non pensava più. I concerti nn. 1 e 2 sono popolari fino a un certo punto, il n. 3 è molto più noto e gradito, e i nn. 4 e 5, come si diceva, sono capolavori riconosciuti, osannati, eseguiti, incisi in disco. L’ultimo, tanto per fare un esempio, i grandi pianisti storici l’hanno registrato anche due o tre volte (Rubinstein, Kempff, Arrau), e il solo Aškenazij l’ha affrontato facendosi dirigere prima da Solti e da Mehta, quindi dirigendosi da sé con l’orchestra di Cleveland.

Il Concerto n. 1 in Do magg. op. 15 fu composto fra il 1795 e il ’98 ed eseguito probabilmente proprio nel ’98 a Praga: già un po’ più lungo della media mozartiana, è quasi estraneo alla suprema poesia di Wolfgang Amadeus e interessato piuttosto ai modelli di Hummel e Clementi; e soprattutto risulta già ispirato al tono energico, battagliero, militaresco del primo Beethoven, da un 1° tempo così squillante a un rondò pieno di forza e salute popolaresca. Il Concerto n. 2 in Si bem. magg. op. 19 è contemporaneo all’altro, ma meno vibrante e in fondo più gentile: vi mancano le trombe, l’Allegro assegna il 1° tema all’orchestra e il 2° alla tastiera, l’Adagio frena i fiati e fa accompagnare la melodia pianistica dagli archi, il rondò finale si diverte un mondo con le sincopi ma sembra debitore a certi finali mozartiani ritmati sul 6/8 (come quelli dei concerti K 450 e K 595). Il Concerto n. 3 in Do min. op. 37 nacque qualche anno dopo e vide la luce a Vienna nel 1803 (durante l’ardua lavorazione dell’Eroica) per avviarsi verso una fortuna che, nell’800, fu superiore a quella degli ultimi due: l’Allegro è schietto, unitario, robusto, e dopo un Largo rapsodico, quasi improvvisatorio (steso nel lontano Mi magg.), il rondò è capace di coniugare pessimismo (quello voluto dalla tonalità, la stessa della sinfonia n. 5) con energia, addirittura con beffarda ironia. Per la cronaca: esiste anche un concerto precedente al 1° e risalente agli anni 1784-87, ma è privo della parte orchestrale (cui allude con qualche indicazione presso la parte pianistica e che comunque è stata ricostruita con una certa attendibilità).